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La stabilizzazione dei precari della sanità nel 2020/21: quale tutela?

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Approfondimento a cura dell’Avv. Lorenzo De Gregoriis, Ph.d. – Aggiornato al 29 ottobre 2020.

Che cos’è la stabilizzazione dei precari?

Con il termine “stabilizzazione dei precari” (come abbiamo già visto in un nostro precedente approfondimento) si fa riferimento a tutti quei meccanismi, previsti dall’ordinamento italiano, attraverso i quali i c.d. precari, ossia i lavoratori che prestano la propria attività professionale con un contratto “a termine” (o comunque “flessibile”), acquisiscono la posizione di lavoratori a tempo indeterminato ed indefinito presso l’ente per il quale essi prestano servizio. Essi dunque, a partire da quel momento, non saranno più sottoposti al rischio di non vedersi più riconfermato il proprio incarico lavorativo presso l’Amministrazione, una volta scaduto il contratto.

Quali sono le ultimissime novità normative in materia di stabilizzazione?

La disciplina della stabilizzazione del precariato è interessata da importanti novità legislative, che hanno sostanzialmente autorizzato la proroga dei limiti temporali per conseguire la conversione del rapporto a tempo indeterminato.

Si fa riferimento, in particolare, alle seguenti disposizioni, che sono principalmente intervenute a modificare l’impianto del Decreto Madia (d.Lgs. n. 75 del 2017):

  • Articolo 1 comma 466 e 468 della Legge n. 160 del 2019 (legge di bilancio 2020)
  • Articolo 1 e 1 bis del Decreto Legge 30 dicembre 2019 n. 162 (decreto mille proroghe, convertito nella Legge 28 febbraio 2020 n. 8)
  • Articolo 4 bis della Legge 17 luglio 2020 n. 77, di conversione del decreto legge 19 maggio 2020 n. 34
  • Articolo 2 bis comma 2, secondo periodo, del Decreto Legge 17 marzo 2020 n. 18, convertito nella Legge 24 aprile 2020 n. 27.

Cosa comportano in buona sostanza queste modifiche? Ecco in sintesi le novità apportate, con riferimento al personale sanitario, dirigenziale e non dirigenziale:

  • Come previsto dal nuovo comma 11 bis dell’art. 20 L. Madia, le disposizioni di cui al comma 1 e al comma 2 dell’art. 20 si applicano fino al 31 dicembre 2022. Ciò significa che, fino a quella data, le Aziende Sanitarie potranno indire concorsi riservati per la stabilizzazione del personale precario medico, tecnico-professionale e infermieristico, dirigenziale e non, del SSN, oppure procedere direttamente con la stabilizzazione cosiddetta “diretta” degli stessi, ai sensi del comma 1
  • Sia nel caso di stabilizzazione diretta ex comma 1 dell’art. 20, che nel caso di stabilizzazione con concorso ex comma 2, il requisito del possesso dei 36 mesi di servizio, negli ultimi otto anni, deve essere maturato al 31 dicembre 2020.

Recentemente, in data 10 settembre 2020, è stato stilato un documento della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome che offre indicazioni di carattere operativo per la soluzione dei problemi di coordinamento normativo posti dalla nuova disciplina della stabilizzazione: lo puoi trovare qui.

Quanti e quali tipi di stabilizzazione esistono?

Nel nostro ordinamento sono previsti diversi meccanismi di stabilizzazione. Quelli principali, che andiamo ad adesso ad indagare, sono due e sono basati sul possesso di requisiti stringenti da parte del personale precario.

La norma di riferimento è rappresentata dall’art. 20 del decreto legislativo 25 maggio 2017 n. 75 (c.d. Decreto Madia), che non a caso è intitolata “superamento del precariato nelle pubbliche amministrazioni”.

I due percorsi di stabilizzazione sono, in modo particolare, disciplinati dal comma 1 e dal comma 2. Entrambi richiedono tre requisiti che il lavoratore deve soddisfare: vediamoli, non prima di aver precisato che detti requisiti devono concorrere tutti insieme. La sola mancanza di uno di essi impedisce infatti la stabilizzazione, e dunque, l’assunzione a tempo indeterminato e definitivo del precario.

Il comma 1 dell’art. 20: la stabilizzazione “diretta” o immediata

Il comma 1 dell’art. 20 rappresenta la situazione ideale per il lavoratore precario, dal momento che i requisiti sono ad esso più favorevoli. Ai sensi di tale norma, il lavoratore:

  • Come prima cosa, esso deve attualmente prestare servizio, con un contratto a termine, presso l’Amministrazione che intende stabilizzarlo. Tale speciale tutela vale per tutti i contratti sottoscritti a partire dal al 28 agosto 2015 (data di entrata in vigore della Legge n. 124 del 2015);
  • Inoltre, esso deve aver iniziato a lavorare presso l’Amministrazione che intende assumerlo, oppure presso un’Amministrazione diversa, con un contratto a termine che è stato firmato a seguito del superamento di un concorso e dell’inserimento in una graduatoria pubblica. In pratica, deve risultare in maniera chiara che il precario è stato assunto (a tempo determinato) dall’Amministrazione che intende stabilizzarlo (o, in passato, da un’Amministrazione anche diversa) proprio in quanto il suo nome figurava in una graduatoria pubblica.

Se manca il collegamento tra il contratto a termine (non di ogni contratto firmato di volta in volta, ma quantomeno di uno appartenente alla sequenza) e la graduatoria pubblica, non sarà possibile attivare questa speciale forma di stabilizzazione.

Ovviamente, non serve puntualizzarlo, le mansioni (o la categoria professionale di appartenenza) previste nel contratto stipulato all’esito dell’inserimento nella graduatoria e le mansioni (o la categoria professionale di appartenenza) richieste dall’Amministrazione che intende procedere con la stabilizzazione devono essere identiche (la norma parla di “medesime attività svolte”).

  • Infine, il precario deve aver maturato, al 31 dicembre 2020, almeno tre anni di servizio presso l’Amministrazione che intende procedere alla stabilizzazione. Per il computo di tale periodo di servizio si possono considerare anche piccoli periodi discontinui (ad esempio di uno o due mesi, o anche di qualche settimana), purché la sommatoria di tali periodi conduca, all’interno di un orizzonte temporale massimo di 8 anni, alla maturazione dei tre anni di servizio.

Il comma 2 dell’art. 20: la stabilizzazione “indiretta” o tramite concorso.

Vediamo adesso ad esaminare l’altro percorso di stabilizzazione.

La differenza principale di questa stabilizzazione rispetto a quella prevista dal comma 1 è dato da ciò che, in tal caso, il precario dovrà purtroppo sottoporsi ad un nuovo concorso pubblico per l’assunzione a tempo indeterminato. La notizia positiva è tuttavia che il 50% dei posti sono riservati appunto al personale precario.

In tal caso, però, il lavoratore precario dovrà comunque avere tutti i seguenti requisiti (anche qui, la sola mancanza di uno solo di essi impedisce il perfezionamento della procedura).

Esso deve attualmente prestare servizio, con un contratto di lavoro flessibile, presso l’Amministrazione che intende stabilizzarlo. Anche in tal caso, tale speciale tutela vale per tutti i contratti sottoscritti a partire dal al 28 agosto 2015 (data di entrata in vigore della Legge n. 124 del 2015).

Come si vede, in questo caso, a differenza di quanto esaminato nel comma 1, si richiede la stipula di un contratto “flessibile”, che dunque non potrà coincidere con il contratto a termine (o, come anche si dice, “a tempo determinato”).

Ma allora la domanda è: come fare a distinguere i contratti a termine dai contratti flessibili?

Se è vero infatti che il contratto a termine può essere inteso, in una accezione ampia, come un contratto “flessibile” (flessibilità quanto alla durata del contratto), è evidente che il comma 2 fa riferimento ad altre tipologie contrattuali, altrimenti non si spiegherebbe la ragione della sua differenziazione rispetto al comma 1.

La norma intende dunque riferirsi ai contratti “part-time” (o “lavoro parziale”), di tipo orizzontale o verticale o misto; ai contratti di co.co.co. (“collaborazione coordinate e continuative”); ed infine, pur con qualche dubbio, ai contratti “libero-professionali” con partita IVA.

Sono invece esclusi, per espressa previsione normativa, i contratti di “somministrazione” sulla base dell’intermediazione di una agenzia di lavoro, ove il precario stipula il contratto di lavoro con l’agenzia e quest’ultima stipula un contratto di fornitura con l’Amministrazione: fatto salvo quanto però riconosciuto dai Tribunali in alcune sentenza, laddove hanno consentito una “apertura” anche a tali forme contrattuali al fine della stabilizzazione (si veda, ad esempio, l’Ordinanza ex art. 700 cpc del Tribunale di Napoli n. 16958 del 5 luglio 2019).

Il precario deve inoltre aver prestato, questa volta in maniera non dissimile da quanto previsto dal comma 1 lett. c), almeno tre anni di lavoro presso l’Amministrazione che bandisce il concorso, anche per periodi discontinui. Il tutto comunque entro il termine degli ultimi otto anni.

Come abbiamo visto, la differenza fondamentale tra i due percorsi di stabilizzazione (che abbiamo chiamato “diretta” ed “indiretta”), risiede nei requisiti che i precari devono possedere e che sono in parte diversi.

Un’altra importante differenza attiene al tipo di verifica che l’Amministrazione deve effettuare per l’esame del possesso dei richiamati requisiti.

Normalmente, infatti, solo la procedura relativa al comma 2 dell’art. 20 presuppone l’attivazione di un vero e proprio concorso pubblico, con la previsione di prove scritte e orali, la valutazione dei titoli e la redazione di una graduatoria finale con l’attribuzione del relativo punteggio.

Nulla di ciò accade o dovrebbe accadere con la procedura di cui al comma 1 dell’art. 20.

In tal caso infatti, come confermato anche dalla circolare n. 3 del 23 novembre 2017 adottata dal Ministro per la Semplificazione e la Pubblica Amministrazione, l’Amministrazione dovrebbe anzitutto verificare la presenza, nel proprio organico, del personale che gode dei requisiti per la stabilizzazione “diretta”: normalmente lo farà mediante la pubblicazione di un Avviso “di ricognizione”, con il quale i candidati potenzialmente interessati sono invitati a dichiarare la propria disponibilità all’assunzione diretta entro un termine prestabilito.

Quindi, in un momento successivo, l’Amministrazione adotta il vero e proprio Avviso di stabilizzazione che, dopo aver richiamato i tre requisiti del comma 1 dell’art. 20, stabilisce un termine perentorio entro il quale i candidati devono presentare la domanda.

Normalmente tale procedura non si sostanzierà in un concorso pubblico, ma potrebbe però accadere – a seconda delle circostanze, in base alla discrezionalità dell’Amministrazione che bandisce la selezione – che alcuni profili soggettivi dei candidati siano valutati discrezionalmente da una Commissione all’uopo nominata. E potrebbe ancora accadere, per le stesse ragioni, che la procedura termini con una vera e propria graduatoria, magari con la previsione di punteggi in relazione alla posizione dei singoli candidati.

Quanto sopra ha dei riflessi sul tipo di giurisdizione (e dunque, sul tipo di tutela) in caso di controversie sugli esiti delle procedure.

Infatti, nella maggioranza dei casi, le controversie che attengono alla stabilizzazione realizzata ai sensi del comma 1 dell’art. 20, in quanto tale procedimento è rivolto “semplicemente” a verificare la sussistenza, in capo al lavoratore precario, dei requisiti ivi previsti, saranno devolute alla competenza del Giudice del Tribunale Ordinario (lo ha affermato da ultimo, tra le tante in materia, la sentenza T.A.R. Lazio Roma n. 2189 del 2019).

Il che significa, molto concretamente, la scelta di “fare causa” non è sottoposta al termine perentorio di 60 giorni dalla pubblicazione della graduatoria (o dalla conoscenza del provvedimento che ha escluso ingiustamente il lavoratore precario dalla procedura), come invece previsto per le azioni giudiziarie devolute al Tribunale Amministrativo Regionale (T.A.R.).

Quando invece l’Amministrazione ha inserito nella procedura di cui al comma 1 dell’art. 20 degli elementi “valutativi” della capacità dei candidati, ed a maggior ragione se è prevista una graduatoria finale con attribuzione dei punteggi, allora – in tal caso – dovrà parlarsi di una vera e propria procedura concorsuale pubblica.

In tale ultimo caso, quindi, bisognerà rivolgersi al competente T.A.R., come confermato, di recente, dalla sentenza T.A.R. Catania n. 1342 del 26 giugno 2018 (ma ancora prima, sulla stessa scia, si veda la sentenza Cass. Civ., Sezioni Unite, del 13.12.2017 n. 29915).

Ci sono delle categorie di lavoratori escluse dalle procedure di stabilizzazione previste dall’art. 20?

La risposta è affermativa.

Sono infatti esclusi dall’applicazione dell’art. 20, per espressa previsione della norma, i docenti e gli appartenenti al personale ATA nelle Istituzioni scolastiche (= amministrativo tecnico ausiliario), gli organi politici delle regioni e gli uffici di diretta collaborazione nonché il personale AFAM.

Quanto sopra è confermato anche dalla Circolare n. 3 del 23 novembre 2017 adottata dal Ministro per la Semplificazione e la Pubblica Amministrazione.

La stabilizzazione del personale sanitario nel dettaglio

Il personale sanitario che presta il proprio servizio alle dipendenze degli enti sanitari rientra a pieno titolo nelle procedure di stabilizzazione previsti dai commi 1 e 2 dell’art. 20, ove in possesso dei requisiti ivi descritti.

Per essi, tuttavia, vale anche quanto stabilito dall’articolo 1, comma 543 della Legge 28 dicembre 2015 n. 208 (cosiddetta “legge di stabilità per il 2016”), ed ancora al comma 11 (ed oggi anche il comma 11-bis) dell’articolo 20.

In virtù di questo rinvio, per il personale sanitario valgono dunque le seguenti regole:

PRIMA POSSIBILITA’Il personale sanitario precario può essere stabilizzato direttamente, ai sensi del comma 1 dell’art. 20, attraverso la pubblicazione di corrispondenti Avvisi da parte degli enti sanitari.

In tal caso, ai fini del calcolo della verifica del periodo dei tre anni di lavoro (svolto, anche in maniera discontinua, negli ultimi otto anni), si potrà considerare anche l’esperienza lavorativa maturata “presso diverse amministrazioni del Servizio sanitario nazionale o presso diversi enti e istituzioni di ricerca”. In ciò una significativa differenza rispetto a quanto in generale previsto per i precari degli altri comparti pubblici.

SECONDA POSSIBILITA’ – Il precario può essere sottoposto ad un concorso pubblico per la stabilizzazione, con la riserva, in questo caso, del 50% dei posti disponibili per tutti coloro che hanno maturato, alla data di pubblicazione del bando, almeno tre anni di servizio, anche non continuativi, negli ultimi cinque anni con contratti a tempo determinato, con contratti di collaborazione coordinata e continuativa o con altre forme di rapporto di lavoro flessibile con i medesimi enti (così infatti dice l’art. 1 comma 543 citato).

TERZA POSSIBILITA’ – In aggiunta a quanto sopra, l’ordinamento prevedeva delle specifiche procedure concorsuali “straordinarie” per l’assunzione del personale sanitario, disciplinate dall’art. 1 comma 543 della Legge finanziaria n. 208 del 2015.

Tali procedure non possono più essere attivate e il legislatore, con la riforma operata dall’art. 1 comma 468 della legge 160 del 2020, si è limitato ad introdurre una sanatoria nei confronti di tutte quelle amministrazioni che avevano indetto le procedure di cui trattasi nello stesso anno 2019, nonostante il limite allora fissato al 31 dicembre 2016.

L’Amministrazione è libera di scegliere se indire un nuovo concorso pubblico o stabilizzare direttamente i precari?

L’Amministrazione non è totalmente libera di scegliere tra l’indizione di un nuovo concorso pubblico e la stabilizzazione dei precari, ai fini dell’arruolamento del personale.

Anzitutto, come già detto, l’ente potrebbe comunque decidere di utilizzare la stabilizzazione “indiretta”, disciplinata dal comma 2 dell’art. 20, che comporta l’indizione di un nuovo concorso con obbligo però – in tal caso – di riservare fino al 50% dei posti disponibili al personale precario.

Quanto alla scelta tra la stabilizzazione “diretta”, senza concorso pubblico, e la scelta di bandire un concorso pubblico, i Giudici Amministrativi hanno affermato, in una pluralità di sentenze anche recenti, che l’Amministrazione debba adeguatamente motivare la scelta di bandire una nuova procedura concorsuale, laddove disponga già del personale precario da sottoporre ad un processo di stabilizzazione diretta.

Così a partire dalla “storica” sentenza del Consiglio di Stato, in Adunanza Plenaria, n. 14 del 28 luglio 2011, che ha appunto chiarito come l’Amministrazione debba sempre motivare in ordine alle modalità prescelte per il reclutamento, dando conto, in ogni caso, della esistenza di eventuali graduatorie degli idonei ancora valide ed efficaci al momento dell’indizione del nuovo concorso.

E tenendo presente, come osserva ancora il Consiglio di Stato, che l’ordinamento attuale afferma un generale favore per l’utilizzazione delle graduatorie degli idonei, che recede solo in presenza di speciali discipline di settore o di particolari ragioni di interesse pubblico prevalenti, che devono comunque essere puntualmente enucleate nel provvedimento di indizione del nuovo concorso. Nel medesimo senso vedi anche la sentenza del T.A.R. Abruzzo l’Aquila, Sez. I, n. 272 del 24 maggio 2019.

Ed ancora nel medesimo senso, la Circolare n. 3/2017 del Ministero della Semplificazione, ha chiarito che in presenza “in presenza di soli soggetti in possesso dei requisiti previsti dal comma 1 dell’art. 20, nel caso in cui le amministrazioni si siano determinate all’avvio delle procedure di reclutamento speciale e abbiano disponibilità finanziarie adeguate, sarebbe opportuno che le stesse ricorressero alle modalità di cui al comma 1 dell’articolo 20

A ciò si aggiunga che la stabilizzazione è una procedura che comporta una minor aggravio delle casse pubbliche.

I Giudici Amministrativi riconoscono infatti che detta procedura, nel trasformare rapporti di lavoro precario in rapporti di lavoro a tempo indeterminato, recuperando stabilmente alle Amministrazioni le esperienze lavorative del relativo personale, è suscettibile anche di realizzare obiettivi di contenimento della spesa del personale dipendente come previsto dall’art. 1, comma 565, della l. 27 dicembre 2006, n. 296, atteso che il personale già grava sul bilancio degli enti interessati e in generale sul bilancio nazionale e regionale (Cfr. Consiglio di Stato, sez. III, 28/11/2014, n. 5903).

Come cambia la stabilizzazione del personale sanitario con la normativa emergenziale emanata per fronteggiare il Covid-19?

La normativa emergenziale adottata per fronteggiare la crisi Covid-19 non prevede alcun percorso speciale di stabilizzazione, in aggiunta a quelli disciplinati dai commi 1 e 2 dell’art. 20 del decreto Madia.

Si può osservare, anzi, che tale normativa va nel senso di confermare il ricorso ai contratti di lavoro flessibile, piuttosto che agevolare il meccanismo di stabilizzazione.

Il riferimento principale è al decreto-legge 9 marzo 2020 n. 14, contenente “disposizioni urgenti per il potenziamento del Servizio sanitario nazionale in relazione all’emergenza Covid-19”.

Tale normativa prevede una disciplina differenziata in relazione ai quattro attori principali dell’area sanitaria, il ricorso ai quali è stato potenziato dal legislatore per far fronte all’epidemia, ossia:

  1. Medici specializzandi, iscritti all’ultimo e al penultimo anno delle Scuole di Specializzazione;
  2. Medici in pensione;
  3. Medici specializzati non inquadrati come dirigenti medici;
  4. Medici di base;
  5. Laureati in medicina e chirurgia abilitati.

Vediamo nel dettaglio le disposizioni.

  • Medici specializzandi.

L’art. 1 comma 1 lett. a) prevede anzitutto la possibilità di stipulare contratti di lavoro autonomo, anche di collaborazione coordinata e continuativa (in deroga ai limiti previsti per l’utilizzo di questa tipologia contrattuale), di durata non superiore a sei mesi, con i medici specializzandi, iscritti all’ultimo ed al penultimo anno di corso delle Scuole di Specializzazione.

In tal caso, il servizio svolto in ospedale è riconosciuto ai fini del ciclo di studi che conduce al conseguimento del diploma di specializzazione.

  • Medici in pensione.

Fino al 31 luglio 2020, le ASL possono incaricare i medici in quiescenza con contratti di lavoro autonomo, della durata massima di sei mesi “e comunque entro il termine dello stato di emergenza”. Tali incarichi – che prevedono una remunerazione – possono andare anche in deroga ai limiti di spesa del personale sanitario.

Il conferimento di tali incarichi è sottoposto alla condizione che sia verificata “l’impossibilità” di assumere personale, anche facendo ricorso agli idonei presenti nelle graduatorie attualmente in vigore. La retribuzione, peraltro, non si somma al trattamento pensionistico ai fini fiscali.

Nel medesimo senso si veda anche l’art. 12 del decreto legge n. 18 del 2020, che prevede che le Aziende del servizio sanitario nazionale, “verificata l’impossibilità di procedere al reclutamento di personale”, possono “trattenere in servizio i dirigenti medici e sanitari” anche in deroga dei limiti vigenti per il collocamento in pensione.

  • Medici specializzati non inquadrati come dirigenti medici.

Come noto, i medici che prestano il proprio servizio presso le varie unità operative delle ASL sono inquadrati come “dirigenti medici”.

Ebbene, il decreto (all’art. 2) consente ai medici specializzati che non hanno ancora preso servizio come dirigenti medici di ottenere degli incarichi individuali a tempo determinato, presso le varie unità operative, al fine di fronteggiare l’emergenza sanitaria.

Tali incarichi, della durata massima di un anno, sono conferiti previo avviso pubblico, attraverso procedure comparative per titoli e colloquio orale. Anche in questo caso, gli incarichi possono essere conferiti in deroga ai limiti di spesa del personale.

Tale disposizione si applica, più in generale, al “personale sanitario”. Deve ritenersi che tale locuzione copra dunque anche gli incarichi conferiti agli infermieri e al personale O.S.S..

  • Medici di medicina generale.

I medici iscritti ai corsi di formazione in medica generale possono instaurare un “rapporto convenzionale a tempo determinato” con il Servizio sanitario nazionale. In tal caso, le attività svolte dal medico sono valutate come “attività pratica” ai fini del conseguimento dell’abilitazione.

  • Laureati in medicina e chirurgia abilitati.

Anche i laureati in medicina, che siano o meno iscritti ai corsi di specializzazione o ai corsi di formazione in medicina generale, possono ottenere incarichi “provvisori”, anche in sostituzione dei medici generici convenzionati, ed essere dunque inseriti nei turni di guardia medica (anche turistica) “fino alla fine della durata dello stato di emergenza”.

Anche in questo caso, le ore di attività svolte dai suddetti medici, sono computate come “attività pratica” nell’ambito dei corsi di formazione in medicina generale.

A quanto sopra devono aggiungersi le previsioni del c.d. decreto Cura Italia, ossia del decreto-legge 17 marzo 2020 n. 18 (recante “misure di potenziamento del Servizio sanitario nazionale e di sostegno economico per famiglie, lavoratori e imprese connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19”).

Tale decreto prevede in estrema sintesi, per quanto di interesse in questa sede:

  • Un finanziamento aggiuntivo di 250 milioni di euro destinato alla remunerazione degli straordinari del personale sanitario dipendente;
  • La possibilità di assumere, con contratti di lavoro a tempo determinato della durata non superiore a tre anni, stipulati direttamente con il Ministero della Salute, 40 unità di dirigenti medici, n. 18 unità di medici veterinari e n. 29 unità di personale non dirigenziale avente il profilo professionale di tecnico della prevenzione.

Tali assunzioni sono disposte assumendo i profili indicati da vigenti graduatorie, approvate tanto dal Ministero della Salute quanto “da altre amministrazioni”, anche per assunzioni a tempo indeterminato.

Tali unità sono da impiegare per attività di controllo igienico-sanitario e profilassi svolte presso i principali porti e aeroporti;

  • L’arruolamento temporaneo di medici e infermieri militari, con una ferma eccezionale della durata di un anno;
  • L’INAIL è autorizzata ad assumere un contingente di n. 200 medici specialistici e di n. 100 infermieri, conferendo loro incarichi di lavoro autonomo, anche di collaborazione coordinata e continuativa, della durata non superiore a sei mesi, eventualmente prorogabili in ragione del perdurare dello stato di emergenza, e comunque non oltre il 31 dicembre 2020;
  • Anche l’Istituto Superiore di Sanità può assumere un numero limitato di personale dell’area medica, per il massimo di n. 50 unità, sempre con contratti a tempo determinato per il triennio 2020-2022;
  • Il conseguimento della laurea magistrale a ciclo unico in Medicina e Chirurgia (classe LM/41) abilita all’esercizio della professione di medico-chirurgo, previa acquisizione del giudizio di idoneità all’esito del tirocinio pratico-valutativo.

I ricorsi per conseguire la stabilizzazione: sono possibili?

La risposta è senz’altro affermativa.

Per conseguire la stabilizzazione in alcuni può essere necessario proporre un ricorso dinanzi alla Autorità giudiziaria competente, che di volta in volta può coincidere con il Giudice Civile (Tribunale Ordinario) o con il Giudice Amministrativo (T.A.R. o Tribunale Amministrativo Regionale).

Nel secondo caso occorre proporre il ricorso nel termine improrogabile di sessanta giorni dalla comunicazione del provvedimento che lede i tuoi diritti (ad esempio, il provvedimento che ti esclude dalla procedura di stabilizzazione per la presunta mancanza dei requisiti); nel primo caso, invece, non ci sono termini di decadenza: ma se la questione è urgente occorre proporre il ricorso nel più breve tempo possibile.

In alcuni casi il ricorso è rivolto ad ottenere l’annullamento della delibera con cui l’Amministrazione sanitaria bandisce un nuovo concorso pubblico senza motivare in dettaglio la scelta, laddove sarebbe stato più agevole procedere con la stabilizzazione dei precari operanti con contratti a termine presso il medesimo ente.

In altri casi, ad essere impugnata sarà la determina (o la comunicazione individuale) con la quale l’ASL ti esclude dalla procedura di stabilizzazione (indetti ai sensi del comma 1 o del comma 2 dell’art. 20, senza palesare i motivi di ciò, oppure con una motivazione assolutamente insufficiente o contraddittoria.

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