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Il ricorso per l’esame avvocato 2019/2020: il vademecum completo per tutelarsi al meglio

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ricorso per l'esame di avvocato

Se hai sostenuto l’esame per l’abilitazione della professione forense nel dicembre del 2019 e sei in attesa dei risultati delle prove scritte che dovranno essere pubblicati (salvo novità legate dall’emergenza Covid-19!) entro il mese di settembre, con avvio delle prove orali a partire dal mese di ottobre, starai probabilmente valutando l’eventualità di proporre un ricorso per l’esame di avvocato, nel caso in cui l’esito non sia quello sperato.

Se così stanno le cose, ti invitiamo a leggere il nostro approfondimento, che trae spunto dall’esperienza maturata all’esito delle numerose vittorie ottenute dal nostro Studio dinanzi alla Magistratura Amministrativa, è che è appunto rivolto a quanti hanno riportato una insufficienza alle prove scritte (anche a tutte!) o alla prova orale.

Ricorso per l’esame di avvocato: la normativa applicabile

La normativa che disciplina l’esame di abilitazione per l’esercizio della professione forense è spalmata su una pluralità di fonti, di primo e secondo grado.

La prima fonte da studiare attentamente, prima di plasmare un ricorso per l’esame di avvocato, è rappresentata proprio dal Bando per l’esame, che viene approvato annualmente con apposito Decreto Ministeriale.

Il Bando contiene appunto la cosiddetta “lex specialis” della competizione, ossia il complesso delle regole che disciplinano e nel dettaglio lo svolgimento delle prove scritte e della prova orale; le date delle prove stesse; le modalità di presentazione della domanda di partecipazione; le modalità di assegnazione dei punti da parte della Commissione, ed altri aspetti ancora.

Occorre prestare molta attenzione a quanto scritto nel bando perché, paradossalmente, il contenuto dello stesso a volte sfugge persino agli stessi Commissari d’esame e ciò può contribuire a rendere un ricorso per l’esame di avvocato maggiormente fondato in punto di diritto.

Per quanto riguarda la “nuova” disciplina dell’esame di abilitazione, contenuta nella Legge 31 dicembre 2012 n. 247 (recante “nuova disciplina della professione forense”), pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 15 del 18 gennaio 2013, va detto che essa non è ancora entrata in vigore.

Ed infatti l’art. 49 – come modificato dalla Legge 28 febbraio 2020 n. 8 (di conversione, con modificazioni, del decreto legge n. 162 del 2019) – dispone che “per i primi nove anni dalla data di entrata in vigore della presente legge l’esame di abilitazione all’esercizio della professione di avvocato si effettua, sia per quanto riguarda le prove scritte e le prove orali, sia per quanto riguarda le modalità di esame, secondo le norme previgenti“.

Allo stato, dunque, la nuova normativa per l’esame di abilitazione – che prevede, tra le altre cose, l’uso dei codici non commentati e obbliga i commissari ad annotare “le osservazioni positive o negative nei vari punti di ciascun elaborato, le quali costituiscono motivazione del voto che viene espresso con un numero pari alla somma dei voti espressi dai singoli componenti (cfr. art. 46 comma 5)” – sarà applicata obbligatoriamente a partire dal 2021.

Quali sono dunque le norme principali da tenere in considerazione se vogliamo preparare un ricorso per l’esame di avvocato?

Per un approfondimento in relazione alla recente giurisprudenza sull’esame di avvocato, vedi anche il nostro articolo qui.

Ricorso per l’esame di avvocato: il sindacato sul punteggio numerico

Sgombriamo subito il campo da un equivoco: nella maggioranza dei casi non è consigliabile proporre un ricorso per l’esame di avvocato al fine di rimodulare il punteggio assegnato dalla Commissione esaminatrice agli elaborati scritti o alla prova orale, dal momento che il sindacato giurisdizionale sulla valutazione tecnico-discrezionale è sottoposto a penetranti limiti da parte del Giudice Amministrativo.

La valutazione della Commissione si estrinseca infatti in un punteggio numerico, tanto con riferimento ai tre elaborati scritti in cui si sostanzia la prova scritta, quanto alla prova orale; e tuttavia, come detto e ripetuto dalla prevalente giurisprudenza amministrativa, il punteggio assegnato al candidato nelle prove rappresenta un giudizio sintetico, espresso appunto in forma numerica, che rappresenta come tale la “motivazione” che obbligatoriamente deve essere contenuta in ciascun provvedimento ai sensi dell’art. 3 della Legge n. 241/1990 .

La “massima” consolidata, e ripetuta fino alla noia, suona infatti così:

In sede di esame di avvocato il punteggio numerico assegnato ad ogni partecipante vale come sintetica motivazione

Cons. Stato, Sez. IV, 2 marzo 2017 n. 973

L’orientamento restrittivo sul sindacato del punteggio delle prove è naturalmente molto criticabile, e vi sono state delle sentenze che hanno manifestato la propria insoddisfazione sulla sufficienza del punteggio numerico a fini motivazionali.

Anche recentemente si è osservato criticamente che

In sede di esame di avvocato, se all’attribuzione di un voto numerico (idoneo a sintetizzare il giudizio della Commissione esaminatrice su ogni singolo elaborato scritto) è accompagnata una espressione lessicale, allora, è possibile ripercorrere il percorso valutativo della Commissione e, quindi, controllare la logicità e la congruità del giudizio dalla stessa formulato; diversamente, il punteggio numerico risulta opaco ed incomprensibile.

T.A.R. Sicilia, Catania, Sez. IV, 25 novembre 2016, n. 3066

Ricorso per l’esame di avvocato: la dichiarazione dei punti da assegnare al candidato

Esaminiamo ora alcuni dei casi relativi al ricorso per l’esame di avvocato, nei quali il nostro Studio ha riportato un esito vittorioso, in sede cautelare e/o nel giudizio di merito.

Il primo caso che vi presentiamo ha ad oggetto il mancato superamento di tutte e tre le prove scritte da parte di un candidato nell’esame di abilitazione del 2017.

In tale occasione, nel ricorso chiedevamo l’annullamento del giudizio negativo espresso dalla Commissione esaminatrice in ordine alle tre prove scritte, con la richiesta al Giudice, formulata in sede di domanda cautelare, di ordinare la ripetizione delle operazioni valutazione degli elaborati della prova scritta ad opera di una commissione giudicatrice in composizione diversa.

Nel ricorso, più precisamente, si sottolineava (tra le altre cose) come il giudizio collegiale, sinteticamente espresso in forma numerica, non tenesse conto di quanto specificamente richiesto dall’art. 6 del Bando approvato con D.M. Giustizia del 19.07.2017, secondo cui

ciascuno dei commissari d’esame dispone di dieci punti di merito per ogni prova scritta e per ogni materia della prova orale e dichiara quanti punti intende assegnare al candidato

Art. 6 D.M. 19.07.2017

Tale disposizione è riprodotta, in maniera identica, anche nel decreto dell’11 giugno 2019 che ha bandito l’esame di avvocato per l’anno 2019.

Se è vero infatti che, secondo la giurisprudenza maggioritaria, l’omessa esplicitazione, nell’ambito dei verbali redatti dalle Sottocommissioni, dei voti espressi da ciascun commissario d’esame non comporta l’annullamento del giudizio di non ammissione del candidato alla prova, poiché “l’unico voto riportato nel verbale ed in calce ad ogni elaborato [è] espressione di una volontà collegiale unanime” (T.A.R. Lazio, Roma, Sez. I, 15.09.2009, n. 8741), è altrettanto vero che tale conclusione si impone alla luce della insussistenza “di una norma che espressamente imponga di verbalizzare i giudizi resi da ogni singolo componente della Commissione esaminatrice” .

Nel caso in esame, invece, come si è diffusamente illustrato nel ricorso, l’art. 6 del bando prevedeva espressamente l’obbligo dei commissari di “dichiarare” il voto attribuito a ciascun candidato nelle varie prove, e dunque – inevitabilmente, dato il principio della forma dell’azione amministrativa – di verbalizzare tale dichiarazione.

Il verbale redatto in occasione della correzione delle prove scritte del ricorrente, al contrario, non solo non conteneva alcun riferimento alla “dichiarazione” di punteggio dei commissari, ma neppure recava la loro sottoscrizione, così da rendere impossibile la verifica della riconducibilità dei giudizi espressi dai valutatori all’organo collegiale, in violazione del principio di trasparenza dell’agire amministrativo.

Il T.A.R. L’Aquila pertanto, in accoglimento del ricorso, nell’ordinanza n. 244 del 23/11/2018 ha affermato quanto segue:

considerato che l’art. 6 dell’avviso per l’esame di abilitazione all’esercizio della professione forense pubblicato con decreto del Ministero della Giustizia del 19.07.2017 dispone che ‘ciascuno dei cinque commissari d’esame dispone di dieci punti di merito per ogni prova scritta e per ogni materia della prova orale e dichiara quanti punti intende assegnare al candidato‘; rilevato che non si evince dai verbali della commissione esaminatrice, riguardanti la valutazione delle prove del ricorrente, se i commissari hanno reso la dichiarazione prescritta dalla disposizione in esameritenuto che non appare possibile desumere se tale adempimento sia stato del tutto omesso o ne sia mancata la sola verbalizzazione, in quanto i predetti verbali sono privi anche della sottoscrizione dei commissari che avrebbero dovuto provvedervi; ritenuto pertanto, a garanzia dell’anonimato, di dover disporre la ripetizione delle operazioni di correzione e valutazione degli elaborati della prova scritta ad opera di una commissione giudicatrice in composizione diversa da quella che ha espresso il giudizio oggetto di ricorso”. 

T.A.R L’Aquila, ordinanza n. 244 del 23.11.2018

Il Tribunale Amministrativo pertanto, in accoglimento del nostro ricorso per l’esame di avvocato, ha ingiunto ad una nuova Commissione la rivalutazione delle prove scritte del candidato, con l’obbligo di attenersi ai seguenti criteri dettagliatamente descritti:

  • l’Amministrazione deve preliminarmente selezionare le prove di almeno altri dieci candidati che hanno preso parte alla stessa sezione abilitante – selezionati, senza distinzioni, fra coloro che hanno superato la prova e coloro che non l’hanno superata – e provvedere a rendere invisibili su tutti gli elaborati, ivi compresi quelli del ricorrente, sia i voti precedentemente attribuiti, sia i precedenti numeri identificativi, sia le eventuali annotazioni su di essi apposte in sede di prima correzione;
  • Gli elaborati devono poi essere inseriti in nuove buste, provviste di nuovi numeri identificativi progressivi, all’interno delle quali saranno collocate le nuove buste piccole contenenti le generalità di ciascuno dei candidati;
  • le operazioni di correzione seguono l’ordine di estrazione a sorte delle buste così confezionate e dovranno essere completate entro venti giorni dalla pubblicazione o notificazione della presente ordinanza.

Ricorso per l’esame di avvocato: l’estrazione a sorte dei quesiti per la prova orale

Il secondo caso che analizziamo in questa sede concerne un ricorso per l’esame di avvocato della sessione del 2015, nel quale il nostro Studio censurava – tra le altre cose – la mancata estrazione a sorte dei quesiti somministrati in sede di prova orale.

Con una dichiarazione assunta in giudizio nella forma della dichiarazione sostitutiva di certificazione, ai sensi dell’art. 46 del dPR n. 445 del 2000, il ricorrente ha infatti rappresentato che le domande della prova orale non erano state formulate sulla base di quesiti predeterminati dalla Commissione ed estratte a sorte.

Ciò in violazione dell’art. 12 comma 1 del d.P.R. n. 487 del 1994 (regolamento sull’accesso agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni), che così dispone:

Le commissioni esaminatrici, alla prima riunione, stabiliscono i criteri e le modalità’ di valutazione delle prove concorsuali, da formalizzare nei relativi verbali, al fine di assegnare i punteggi attribuiti alle singole prove. Esse, immediatamente prima dell’inizio di ciascuna prova orale, determinano i quesiti da porre ai singoli candidati per ciascuna delle materie di esame. Tali quesiti sono proposti a ciascun candidato previa estrazione a sorte

A commento della norma testè richiamata, la giurisprudenza maggioritaria ha affermato che

Il mancato previo sorteggio tra domande preparate dalla Commissione, oltre a violare l’art. 13 d.P.R. 9 maggio 1994, n. 487, contrasta con i principi di trasparenza e di parità di trattamento dei candidati che presiedono allo svolgimento delle procedure concorsuali

T.A.R. Sicilia, Catania, Sez. IV, 16 luglio 2013, n. 1994; ma anche, nel medesimo senso, T.A.R. Milano, Sez. III, 6 novembre 2013, n. 2433, ed altre ancora

Il principio della estrazione a sorte delle domande della prova orale è stato ritenuto applicabile anche all’esame di abilitazione della professione forense.

Nella sentenza del T.A.R. Catania, Sez. IV, 25 settembre 2015 n. 2331, si è detto infatti che l’interpretazione restrittiva dell’art. 12 del d.P.R. n. 487 del 1994, che vorrebbe limitare la portata precettiva della norma alle sole procedure “concorsuali” (ad esclusione, dunque, delle procedure selettive più latamente intese)

non convince (…) ed invero, attenersi al mero dato formale, riferito alle sole prove concorsuali strettamente intese, poiché queste presuppongono una valutazione comparativa tra i candidati in relazione al ristretto numero di posti messi a concorso, finisce con il circoscrivere immotivatamente un precetto orientato alla garanzia di un esame ‘oggettivo e non influenzabile dall’individuazione del singolo candidato’. È il caso di considerare che ogni tipo di esame, nella fase delle prove scritte, deve essere svolto con la garanzia dell’anonimato (salvo le ipotesi della immediata correzione mediante elaborazione dei dati e la consequenziale altrettanto immediata ostensione del risultato), proprio per garantire la teorica immodificabilità del contenuto dell’elaborato e, quindi, l’assegnazione del punteggio in maniera del tutto oggettiva. Il criterio della par condicio, in un’ipotesi in cui massima è la valutazione discrezionale da parte della commissione è, quindi, nell’esame scritto, correlato all’anonimato dell’elaborato. Nella fase della prova orale, dove tale garanzia, come è del tutto evidente, non può essere assicurata, la ‘par condicio’ muove, così come correttamente stabilito dalla norma in esame, dalla predeterminazione di una serie di gruppi di domande (che una commissione accorta cercherà di bilanciare, ponendo livelli di difficoltà omogenee), la cui scelta per ogni singolo candidato è rilasciata alla sorte. In siffatto modo, appunto, è possibile garantire che un candidato non venga preferito (o penalizzato) rispetto ad altro o altri (…)”

Prosegue ancora la sentenza osservando che:

la garanzia della trasparenza e della ‘par condicio’ costituisce il presupposto stesso di ogni attività amministrativa, sicchè la norma va orientata ai principi costituzionali, notoriamente contenuti nell’art. 97, di guisa che sembra più coerente concludere che la stessa debba trovare una sua applicazione indiscriminata rispetto ad ogni procedura selettiva, sia essa rivolta ad un concorso pubblico, sia al conseguimento di un’abilitazione, posto che, comune alle due procedure, è lo scopo della selezione dei migliori, di guisa che tutti i candidati devono essere posti, il più possibile, in una situazione di uguale difficoltà nel superamento della prova. È appena il caso di osservare che proprio la scelta di svolgere l’esame ricorrendo a domande ‘estemporanee’ ha privato la procedura di quella potenziale trasparenza, senza alcuna modalità alternativa di conseguimento della stessa, di guisa che il ‘vuoto procedurale’ ben può (e deve) essere colmato da una disposizione, che in considerazione della finalità ricoperta, non può non trovare indiscriminata applicazione in ogni tipo di procedura selettiva

TAR Catania Sez. IV 25 settembre 2015 n. 2331; ma nel medesimo senso anche T.A.R., Piemonte, sez. II 30 gennaio 2015, n. 184.

Il T.A.R. L’Aquila, con l’ordinanza n. 9 del 12 gennaio 2017, ha quindi accolto il nostro ricorso per l’esame di avvocato, nella parte relativa alla domanda cautelare con la quale si era domandata la rinnovazione della prova orale ad opera di una Commissione in diversa composizione, con l’estrazione, a cura del candidato, delle domande.

Conclusione: il ricorso per l’esame di avvocato è possibile

Dalle considerazioni che precedono è emerso come il ricorso per l’esame di avvocato abbia buone possibilità di essere accolto, purché si presti attenzione alle modalità di svolgimento delle prove e al contenuto delle disposizioni che delineano il quadro normativo di riferimento.

Certamente è molto rischioso ricorrere SOLO avverso la valutazione tecnico-discrezionale, che si esprime attraverso i punteggi delle prove scritte e della prova orale; a meno che non si riscontrino delle gravi illogicità, irragionevolezze ed incongruenze nell’operato della Commissione che, da sole, potrebbero giustificare un sindacato “pieno” del Giudice Amministrativo.

In tal caso, è preferibile però irrobustire il sindacato sull’accertamento svolto dalla Commissione con dei pareri legali pro veritate, che andranno opportunamente allegati al ricorso, specialmente se provenienti da docenti universitari nelle medesime materie giuridiche.

Al di fuori di ciò, il ricorso per l’esame di avvocato è preferibile incentrarlo – nella maggioranza dei casi – sulle violazioni di carattere procedimentale, poiché nel diritto amministrativo (secondo un antico adagio, ancora molto attuale) la forma è sostanza.

Il nostro Studio Legale è specializzato nella trattazione di controversie di diritto amministrativo: contattaci se vuoi una valutazione preliminare gratuita di fattibilità di un ricorso per l’esame di avvocato.

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